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Il politico?
Spesso mi è capitato, e credo un po’ a tutti, di riflettere sul
significato del politico, cioè sull’uomo che per passione o per far
carriera si dedica alla politica.
Spesso mi è capitato di domandarmi quali siano le competenze da
possedere o da acquisire per diventare un politico.
Non c’è dubbio che si tratta di persone che rivestono una certa
importanza in società, non fosse altro perchè chiamati a decidere
sul “bene” e sul “male” della popolazione.
Ebbene, l’articolo “Chi trasforma i vizi in virtù” di Roberto
Gervaso, pubblicato su “ Il Mattino” risponde in pieno alle mie
domande e mi trova quasi totalmente d’accordo.
Aggiungo che, a mio avviso, la capacità fondamentale da
padroneggiare per far politica oggi è quella di sapere “mischiare le
carte”, ossia di riuscire a controbattere a qualsiasi obiezione, con
tranquillità, con sorrisi, e con discorsi più o meno coerenti e
veritieri, di fronte alla Stampa.
Tutto il resto lo fa la macchina propagandistica elettorale.
Infine, aggiungo, a parziale discolpa dei politici futuri, che 40
anni di consociativismo e cattiva politica non permettono con
facilità di far buona politica anche a chi la sapesse e la volesse
fare.
Bgd
Chi trasforma i vizi in virtù
di Roberto Gervaso – da Il Mattino
La politica ha i suoi costi, e chi la fa paga i propri. Non li paga
sempre, come dovrebbe. Li paga quando non può farne a meno. Per
carità, non voglio mettere tutti nello stesso calderone, ma lo
spazio è quello che è e non ne ho abbastanza per i distinguo. Lo
“spirito di servizio”, un’espressione che non mi piace, ma che rende
l’idea, anima pochi nostri rappresentanti. Si contano sulle di una
di una mano, forse di due. Gli altri fanno politica o perché non
sanno fare altro, o perché la politica dà potere e il potere piace a
tutti. A pochi, quanto basta: cioè quanto è giusto. Ma ai più non
basta mai. Più ne hanno e più ne vorrebbero, ligi al motto, ironico
e paradossale, del grande Voltaire, il padre dei lumi: “ Il potere è
bello se se ne abusa”. Se la politica sia un’arte o una scienza, non
so. Io temo, e non credo sia un timore infondato, che sia una
carriera. Una carriera più facile delle altre. E questo perché non
richiede alcuna specializzazione. Non vi è mai capitata tra le mani
la “Navicella”, una specie di Gotha, di piccolo, voluminoso Gotha,
dei nostri parlamentari?
Se vi capita, e avete tempo da perdere, sfogliatela e leggete le
minibiografie (alcune maxi) di onorevoli e senatori. Ancora una
volta, lungi da me voler fare di ogni erba un fascio, ma quanti
nostri rappresentanti, che così male ci rappresentano, sono arrivati
alla politica da mestieri e professioni che con l’arte o la scienza
di governare c’entrano come i cavoli a merenda. Quanti avvocati
senza cause, o con cause perdute. Quanti architetti senza progetti,
o con progetti sbagliati. Quanti medici che non hanno mai azzeccato
una diagnosi o chirurghi che non hanno mai impugnato un bisturi.
Le eccezioni non mancano, ma sono eccezioni, che non fanno testo né
regola.
Bismarck diceva che la politica rovina il carattere. Io non sarei
così ottimista e indulgente. La politica fa molto di peggio, anche
quando, almeno a parole, o solo a parole, vuole migliorare e
arricchire la società e dare ai cittadini ciò che chiedono.
La politica, più che rovinare il carattere, mette in valore i vizi e
mortifica la virtù.
E non quelle teologali e cardinali, appannaggio di santi, beati,
martiri.
No: le virtù di tutti i giorni, le più necessarie alla comunità.
Il politico scende a compromessi, anche quando potrebbe, e dovrebbe,
rifiutarli. Scende a compromessi perché è molto più comodo. Perché
non deve affilare le armi della lotta, perché elude il confronto,
evita lo scontro. Se l’Italia di oggi naviga nelle acque in cui
naviga, più zattera della Medusa che un vascello in rotta, è perché
quarant’anni di consociativismo lasciano il segno. Un brutto segno.
Per almeno otto lustri maggioranza e opposizione sono state pappa e
ciccia, si sono allegramente e impunemente inciuciate. La
maggioranza, un po’ per codardia, un po’ per ignavia, un po’ per
opportunismo, un po’ per ignavia, molto per farsi perdonare le
proprie insipienze e insolvenze, ha trescato e trafficato
sottobanco, e neanche tanto sotto, con l’opposizione. La quale,
lungi dal rifiutare il pateracchio, lo ha incoraggiato, senza averne
l’aria o, peggio, assumendo quella sdegnosa e sdegnata del moralista
che non ammette transazioni, non si piega a cabale e a comunelle.
Mi capita spesso di citare l’aureo memento del cardinale Mazarino,
pupillo e successore di Richelieu, cardinale anche lui, entrambi
politici scaltri e, a loro modo, geniali: “Simula e dissimula, loda
sempre, non ti fidare di nessuno e attento a quello che fai”.
Il primo ministro, abruzzese di Piscina, finchè fu al potere, e fu
al potere fino alla morte, mai venne meno al proprio consiglio. Se
non vi si fosse diligentemente e abilmente adeguato, la Francia gli
sarebbe un po’ meno debitrice della propria “grandeur”.
La simulazione e la dissimulazione sono sinonimi di ipocrisia,
requisito fondamentale del politico. Così come il cinismo. Ma chi
possiede questi vizi e li sa abilmente sfruttare, mettendoli al
servizio oltre che di sé stesso, anche della “Causa”, cioè del Paese
che è chiamato ad amministrare (nella democrazia, dal popolo che lo
elegge, “sovrano” solo sulla carta), chi fa tutto questo può a buon
titolo aspirare a quello, non dico di statista, ma di governatore.
In altre parole, i vizi del comune mortale, sono, per il buon
politico, virtù necessarie (chiamiamole così). Ma quanti sono i
buoni politici? Si contano – ripeto – sulle dita di una mano. Forse
di due. A tutti gli altri – la stragrande maggioranza – dedico
questo epitaffio: “Fece più male che bene, ma il bene lo fece male;
il male, bene”.
Roberto Gervaso
da “ Il Mattino”
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