"Il politico?" di Roberto Gervaso, tratto da Il Mattino

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Lo “spirito di servizio”, un’espressione che non mi piace, ma che rende l’idea, anima pochi nostri rappresentanti [politici]. Si contano sulle di una di una mano, forse di due. Gli altri fanno politica o perché non sanno fare altro, o perché la politica dà potere e il potere piace a tutti. A pochi, quanto basta: cioè quanto è giusto. Ma ai più non basta mai. Più ne hanno e più ne vorrebbero, ligi al motto, ironico e paradossale, del grande Voltaire, il padre dei lumi: “ Il potere è bello se se ne abusa”. Se la politica sia un’arte o una scienza, non so. Io temo, e non credo sia un timore infondato, che sia una carriera. Una carriera più facile delle altre. E questo perché non richiede alcuna specializzazione. Non vi è mai capitata tra le mani la “Navicella”, una specie di Gotha, di piccolo, voluminoso Gotha, dei nostri parlamentari?

[ ... ] Ancora una volta, lungi da me voler fare di ogni erba un fascio, ma quanti nostri rappresentanti, che così male ci rappresentano, sono arrivati alla politica da mestieri e professioni che con l’arte o la scienza di governare c’entrano come i cavoli a merenda. Quanti avvocati senza cause, o con cause perdute. Quanti architetti senza progetti, o con progetti sbagliati. Quanti medici che non hanno mai azzeccato una diagnosi o chirurghi che non hanno mai impugnato un bisturi.

Le eccezioni non mancano, ma sono eccezioni, che non fanno testo né regola.

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Il politico scende a compromessi, anche quando potrebbe, e dovrebbe, rifiutarli. Scende a compromessi perché è molto più comodo. Perché non deve affilare le armi della lotta, perché elude il confronto, evita lo scontro. Se l’Italia di oggi naviga nelle acque in cui naviga, più zattera della Medusa che un vascello in rotta, è perché quarant’anni di consociativismo lasciano il segno. Un brutto segno.

Per almeno otto lustri maggioranza e opposizione sono state pappa e ciccia, si sono allegramente e impunemente inciuciate. La maggioranza, un po’ per codardia, un po’ per ignavia, un po’ per opportunismo, un po’ per ignavia, molto per farsi perdonare le proprie insipienze e insolvenze, ha trescato e trafficato sottobanco, e neanche tanto sotto, con l’opposizione. La quale, lungi dal rifiutare il pateracchio, lo ha incoraggiato, senza averne l’aria o, peggio, assumendo quella sdegnosa e sdegnata del moralista che non ammette transazioni, non si piega a cabale e a comunelle.

Mi capita spesso di citare l’aureo memento del cardinale Mazarino, pupillo e successore di Richelieu, cardinale anche lui, entrambi politici scaltri e, a loro modo, geniali: “Simula e dissimula, loda sempre, non ti fidare di nessuno e attento a quello che fai”.

Il primo ministro, abruzzese di Piscina, finchè fu al potere, e fu al potere fino alla morte, mai venne meno al proprio consiglio. Se non vi si fosse diligentemente e abilmente adeguato, la Francia gli sarebbe un po’ meno debitrice della propria “grandeur”.
La simulazione e la dissimulazione sono sinonimi di ipocrisia, requisito fondamentale del politico. Così come il cinismo. Ma chi possiede questi vizi e li sa abilmente sfruttare, mettendoli al servizio oltre che di sé stesso, anche della “Causa”, cioè del Paese che è chiamato ad amministrare (nella democrazia, dal popolo che lo elegge, “sovrano” solo sulla carta), chi fa tutto questo può a buon titolo aspirare a quello, non dico di statista, ma di governatore.

In altre parole, i vizi del comune mortale, sono, per il buon politico, virtù necessarie (chiamiamole così). Ma quanti sono i buoni politici? Si contano – ripeto – sulle dita di una mano. Forse di due. A tutti gli altri – la stragrande maggioranza – dedico questo epitaffio: “Fece più male che bene, ma il bene lo fece male; il male, bene”. Roberto Gervaso; tratto da Il Mattino

  
 

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