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| "Il politico?" di Roberto Gervaso, tratto da Il Mattino | |
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[ ... ] [ ... ] Ancora una volta, lungi da me voler fare di ogni erba un fascio, ma quanti nostri rappresentanti, che così male ci rappresentano, sono arrivati alla politica da mestieri e professioni che con l’arte o la scienza di governare c’entrano come i cavoli a merenda. Quanti avvocati senza cause, o con cause perdute. Quanti architetti senza progetti, o con progetti sbagliati. Quanti medici che non hanno mai azzeccato una diagnosi o chirurghi che non hanno mai impugnato un bisturi. Le eccezioni non mancano, ma sono eccezioni, che non fanno testo né regola. [ ... ] Il politico scende a compromessi, anche quando potrebbe, e dovrebbe, rifiutarli. Scende a compromessi perché è molto più comodo. Perché non deve affilare le armi della lotta, perché elude il confronto, evita lo scontro. Se l’Italia di oggi naviga nelle acque in cui naviga, più zattera della Medusa che un vascello in rotta, è perché quarant’anni di consociativismo lasciano il segno. Un brutto segno. Per almeno otto lustri maggioranza e opposizione sono state pappa e ciccia, si sono allegramente e impunemente inciuciate. La maggioranza, un po’ per codardia, un po’ per ignavia, un po’ per opportunismo, un po’ per ignavia, molto per farsi perdonare le proprie insipienze e insolvenze, ha trescato e trafficato sottobanco, e neanche tanto sotto, con l’opposizione. La quale, lungi dal rifiutare il pateracchio, lo ha incoraggiato, senza averne l’aria o, peggio, assumendo quella sdegnosa e sdegnata del moralista che non ammette transazioni, non si piega a cabale e a comunelle. Mi capita spesso di citare l’aureo memento del cardinale Mazarino, pupillo e successore di Richelieu, cardinale anche lui, entrambi politici scaltri e, a loro modo, geniali: “Simula e dissimula, loda sempre, non ti fidare di nessuno e attento a quello che fai”.
Il primo ministro, abruzzese di Piscina,
finchè fu al potere, e fu al potere fino alla morte, mai venne meno al
proprio consiglio. Se non vi si fosse diligentemente e abilmente
adeguato, la Francia gli sarebbe un po’ meno debitrice della propria “grandeur”. In altre parole, i vizi del comune mortale, sono, per il buon politico, virtù necessarie (chiamiamole così). Ma quanti sono i buoni politici? Si contano – ripeto – sulle dita di una mano. Forse di due. A tutti gli altri – la stragrande maggioranza – dedico questo epitaffio: “Fece più male che bene, ma il bene lo fece male; il male, bene”. Roberto Gervaso; tratto da “ Il Mattino”
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